• Home
  • IFAD website
  • Subscribe to posts
  • Subscribe to comments

Written by Francesco Farnè

Si sente parlare in maniera sempre più crescente di cibo, anche grazie alla grandissima copertura mediatica che questo argomento ha trovato in tutto il mondo. Basta pensare ai numerosi programmi di cucina che hanno contribuito a rendere gli chef, una volta relegati nel buio delle cucine, vere e proprie star. Per non parlare di vocaboli come “foodie” o “gourmet” che sono entrati prepotentemente nel nostro vocabolario.

Quello di cui si sente parlare di meno, soprattutto in Italia, nonostante l’incombenza di Expo 2015, è il cambiamento climatico, che, per quanto sia in apparenza un concetto astratto e che tendiamo a collegare a catastrofi che avvengono in luoghi remoti, ci riguarda in realtà più di quanto crediamo.
Vi starete forse chiedendo come questo si colleghi al cibo e agli chef. La risposta si può trovare risalendo la catena del cibo dalle nostre tavole fino ai piccoli agricoltori che producono circa due terzi del cibo che consumiamo a livello globale. Essi vivono principalmente nei paesi in via di sviluppo e il cambiamento climatico è una seria minaccia per loro.

Tavola rotonda dell'IFAD durante l'intervento di Jacopo Monzini
©IFAD/Francesco Farnè
Sabato scorso ho avuto l’opportunità di recarmi a Perugia con il team del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) delle Nazioni Unite in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo. L’IFAD ha organizzato “Ricette per il cambiamento: storie inedite di cibo e cambiamenti climatici”, una tavola rotonda che ha affrontato l’argomento. L’incontro ha riunito un esponente del mondo del giornalismo scientifico come Marco Cattaneo, National Geographic Italia, lo chef Lars Charas dell’Associazione Mondiale Cuochi, e Jacopo Monzini, Specialista Senior, Clima e Ambiente dell’IFAD. Mauro Buonocore del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) ha moderato l’evento.

Gli speaker sono stati capaci fin da subito di sviluppare un dialogo coinvolgente, in grado di valorizzare e congiungere esperienze tanto diverse. Questo sottolinea quanto i loro campi professionali siano strettamente interconnessi. E come tutto questo abbia un impatto sulla nostra vita di tutti i giorni – dopotutto consumiamo tre pasti al giorno.

Mauro Buonocore (destra) e Jacopo Monzini (sinistra)
  ascoltano le domande dal pubbico
©IFAD/Francesco Farnè
Sotto questa luce è molto facile evidenziare responsabilità dirette per ognuno di noi. Come ha sottolineato Jacopo Monzini, non possiamo considerare il cambiamento climatico come un’entità esterna, che gli scienziati devono risolvere. Questo è piuttosto la conseguenza diretta delle nostre piccole azioni quotidiane. Siamo responsabili quando scegliamo i prodotti alimentari che acquistiamo per le nostre diete, quando sprechiamo energia, quando lasciamo le finestre aperte col riscaldamento accesso. Le risorse naturali sono come un conto in banca, non possiamo permetterci di trascurarle.

Qui entrano in gioco i giornalisti, ma anche gli chef, in quanto opinion leader in grado di influenzare le scelte dei consumatori e le loro diete, così connettendoli al mondo della produzione di cibo e quindi ai piccoli produttori. Un esempio molto pratico lo ha fornito Lars Charas, che ha condiviso la sua esperienza in Corea, dove a causa dell’abbondanza di meduse, conseguenza della pesca intensiva dei loro predatori naturali, ha spinto gli chef a introdurle nelle loro cucine, con ottimi risultati sulla sostenibilità e adattamento delle diete.

Il compito dei giornalisti, come ha ampiamente evidenziato Marco Cattaneo durante il suo intervento, è quello di informare per rendere consapevoli i consumatori. Per far questo è necessario, soprattutto in Italia, andare verso una specializzazione dei giornalisti che si occupano di tematiche scientifiche come il cambiamento climatico, attraverso un alta formazione tecnica, ma anche deontologica. È necessario, inoltre, superare le divisioni politiche che caratterizzano il dibattito pubblico nel nostro paese così da potersi concentrare maggiormente sui contenuti.

Pubblico durante il dibattito
©IFAD/Francesco Farnè
Infine resta da affrontare la questione di come raccontare al grande pubblico questa tematica. La foto di un orso polare rimasto bloccato su una lastra di ghiaccio, come hanno concordato gli speaker, è stata utile per veicolare il messaggio, ma ha d’altra parte contribuito a far sentire il pubblico “dispiaciuto, ma non responsabile”. Si sente quindi il bisogno di nuove storie.

In questo senso un’organizzazione come l’IFAD, attraverso la sua missione globale e la sua esperienza con i piccoli agricoltori, può contribuire positivamente alla diffusione di questo messaggio, dando anche un volto umano alle conseguenze del cambiamento climatico.

Come ha concluso Monzini, c’è un collegamento anche fra i piccoli agricoltori e una delle tematiche più dibattute in Italia, la migrazione. Bisogna considerare che molti dei migranti che si trovano a dover lasciare le loro terre sono spesso piccoli agricoltori colpiti anche dal cambiamento climatico. Questo è solo uno dei tanti spunti e stimoli che sono emersi durante l’incontro che senza dubbio ha contribuito a portare alla luce ed aprire un dibattito pubblico su tematiche troppo spesso trascurate, ma che in tantissimi modi hanno impatti su ognuno noi.

0 comments